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Supino, Igino Benvenuto

a cura di Redazione, il 09/03/2010

Igino Benvenuto Supino (1858-1940) nasce a Pisa e vi trascorre tutta la prima giovinezza. La sua è una famiglia colta e benestante, tra le più in vista della Comunità Ebraica della città e il padre, Moisè, un raffinato intellettuale e collezionista: in particolare, di sigilli, monete e medaglie medievali e rinascimentali, poi lasciati al Museo di Pisa.

L’amicizia con Giovanni Fattori e Telemaco Signorini

Dopo gli studi liceali, la passione per la pittura porta Igino alla scuola di Alessandro Lanfredini, pittore di soggetti storici e risorgimentali, allora assai noto. Nel 1883, per proseguire la sua formazione artistica, il giovane si trasferisce a Firenze dove si iscrive all’Accademia di Belle Arti e frequenta la scuola di Antonio Ciseri, pittore di formazione accademica, celebre ritrattista e autore di grandi quadri di tema religioso, interpretati con sensibilità e forma moderne. Attraverso i compagni d’Accademia, Igino incontra e frequenta contemporaneamente anche i protagonisti e i seguaci del movimento macchiaiolo e stringe legami di amicizia con Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, che apprezzano i suoi primi saggi di pittura, presentati alle esposizioni fiorentine tra il 1885 e il 1889: oltre all’influenza dei macchiaioli, vi si coglie una progressiva adesione alle moderne correnti del Simbolismo, nella connotazione intimista aggiornata alla pittura francese, rappresentata a Firenze soprattutto da Vittorio Corcos, coetaneo di Supino e divenuto suo intimo amico.

Nonostante i successi, lascia la pittura per la storia dell’arte

La sua curiosità intellettuale, e forse una sorta di personale insoddisfazione, lo spingono a frequentare assiduamente, fin dal 1886, le lezioni che Pasquale Villari e Alessandro D’Ancona tengono all’Istituto di Studi Superiori di Firenze e si appassiona sempre di più all’indagine storica condotta secondo i nuovi princìpi del Positivismo, basati sulla ricerca documentaria più rigorosa e senza certezze preconcette. Nonostante i primi importanti riconoscimenti, anche internazionali, delle sue opere, decide di abbandonare la pittura a favore della storia dell’arte. Tra il 1888 e il 1889 soggiorna a Roma, dove incontra Adolfo Venturi e dà prova delle sue capacità critiche collaborando con alcuni giornali e riviste, tra cui il “Don Chisciotte”.

Le prime pubblicazioni

Nel 1891 torna a Pisa per dedicarsi interamente agli studi, in particolare sul Medioevo e il Rinascimento, e gli viene affidato il nuovo ordinamento del Museo Civico della città, inaugurato con successo nel 1893, con echi favorevoli anche nella stampa internazionale. E’ nominato Ispettore dei Monumenti di Pisa e Cavaliere. Nel frattempo, vengono pubblicati i suoi primi articoli – su Giovanni Pisano, Tino di Camaino, Giambologna,… – sull’ “Archivio Storico dell’Arte”, rivista fondata e diretta da Adolfo Venturi. Nel 1896, è chiamato all’incarico di Ispettore responsabile del Museo Nazionale del Bargello, cui dedicherà per dieci anni tutte le sue energie intellettuali, catalogando il patrimonio del museo, vagliando le nuove acquisizioni, progettando un suo completo riordinamento e dedicando importanti pubblicazioni alle sue raccolte (dalla Collezione Carrand, al Medagliere mediceo, alla collezione Ressman).

La direzione del Bargello

Nel 1904 viene nominato Direttore del Bargello, incarico fino ad allora associato al Soprintendente delle Gallerie Fiorentine (dal 1903, Corrado Ricci, cui fu legato da profonda e reciproca stima). Tiene regolarmente corsi e lezioni all’Istituto di Studi Superiori e pubblica, in quel decennio, molti studi dedicati per lo più ad artisti del Medioevo e del Rinascimento e alcune monografie, tra le prime ad essere illustrate da fotografie (Beato Angelico, Filippo Lippi, Botticelli, Cellini…). Intuendo l’importanza della fotografia negli studi storico-artistici, è fra gli azionisti della Nuova Fratelli Alinari.

Le docenze universitarie

La sua fama crescente di storico, forte della perfetta conoscenza di più lingue e ormai accreditata anche all’estero, lo induce a dedicarsi completamente allo studio e alla docenza. Nel 1906 vince la cattedra di Storia dell’Arte all’Università di Bologna, dove si trasferisce definitivamente con la famiglia. Per quasi trent’anni, i suoi corsi universitari avranno grande seguito, anche per il metodo innovativo del suo insegnamento, che si basava sulle ricerche d’archivio e faceva largo uso delle fotografie, educando gli allievi all’analisi visiva e diretta delle opere d’arte. L’arte bolognese – compresa l’architettura – diventa il suo campo d’indagine prevalente.

Le frequentazioni con Giovani Pascoli

A Bologna, come già prima a Firenze, il suo credito di studioso – ma anche il suo carattere vivace, aperto e appassionato all’attualità – lo fanno amico di molti dei protagonisti della cultura italiana del tempo, non solo nel campo della storia dell’arte: fra gli altri, Giovanni Pascoli fu assiduo frequentatore della sua casa.

La scomparsa

Nel 1933, per sopraggiunti limiti di età, lascia al suo successore – Roberto Longhi – la cattedra bolognese, ma mantiene l’incarico di Professore Onorario dell’Istituto, di cui era stato di fatto il fondatore e a cui gli eredi legheranno la sua biblioteca e la sua ricchissima fototeca. Nel 1938, con l’imporsi delle leggi razziali, è costretto a ritirarsi completamente da ogni ruolo pubblico. Nella solitudine della sua casa di via Dante, già così frequentata e ospitale, continuerà a preparare l’ultimo volume sull’Arte nelle chiese di Bologna, che lascerà incompiuto alla morte, avvenuta nel 1940.

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