Mostre » Maria Teresa Ortoleva. Rêverie

Maria Teresa Ortoleva, Sawtooth, Vertex, Spindles and More (Oneiric-Scape), 2018, Plexiglass, 250x85x80 cm (variabili). Courtesy Galleria Luca Tommasi

Maria Teresa Ortoleva. Rêverie

Alla Galleria Luca Tommasi di Milano la mostra personale della giovane artista residente a Londra

di Luca Maffeo, il 05/07/2018

L’arte di Maria Teresa Ortoleva (Milano, 1990) prende spunto dai tracciati che segnano l’attività cerebrale dell’individuo, registrati durante il sonno, nella fase del sogno, oppure da svegli, mentre il soggetto è impegnato nell’attività immaginativa. Attingendo da fonti precise, da manuali specializzati e dalla banca dati della Wellcome Collection di Londra, la giovane artista milanese crea disegni e strutture sospese in plexiglass colorato e dalla forma ondulata; quasi ripercorrendo quegli impulsi cerebrali che la scienza si fa carico di trascrivere e catalogare, seguendo il doveroso compito di trovare una via di accesso anche per l’esperienza più segreta della persona. Eppure, come scrive il curatore della mostra Stefano Castelli, «è possibile dare forma scientifica a una componente così intima dell’essere umano?», e di conseguenza, conferire «una forma artistica a ciò che la scienza è capace di misurare nel dettaglio?»

Maria Teresa Ortoleva, Sleep and Memory, 2018, disegno digitale, stampa Giclée su carta Hahnemuhle Photo Rag (unico), 23 x 32 cm. Courtesy Galleria Luca Tommasi

Uno studio che genera immagini

Dove la scienza, infatti, ammette la possibilità di una codifica oggettuale dell’esperienza, il lavoro della Ortoleva cede alle componenti variabili, alle implicazioni del tutto personali che il soggetto umano manifesta nel pieno della sua attività cerebrale. Dal ragionamento cosciente al momento in cui all’individuo vengono sottoposte delle immagini, le opere si sviluppano negli spazi della galleria Luca Tommasi a piccoli gruppi di sagome sovrapposte e dall’andamento sempre differente. La fase del sonno, il dormiveglia e la fase REM completano l’esposizione: la “Rêverie” o “fantasticheria” che solca il tracciato tecnico, la tentata classificazione che, tuttavia, sfugge ad ogni sorta di controllo. Si estende, invece, nel lavoro ricorsivo di un dispiegamento grafico che marca la durata, mediante sculture e disegni che testimoniano lo strutturarsi e l’evolvere di «un processo in atto». Poiché il disegno – mi diceva l’artista in una conversazione – è il luogo del pensiero; lo studio che genera le immagini e le immagini che prendono forma».

Una strana forma di memoria

Il colore, la luce, le trasparenze e i materiali specchianti con i quali sono composte molte delle opere in mostra, non hanno un ruolo secondario. Istituiscono uno “luogo potenziale”, la certezza di un immaginario il cui segreto, come sosteneva Derrida, è soltanto «il segreto nascosto», il «significato dissimulato» da «interpretare, da esplicitare, da spiegare». L’indagine diventa dunque il lavoro medesimo, sostenuto da quella possibilità di conoscenza che la stessa esperienza immaginativa suggerisce. La quale si sottrae alla misurazione ed elude la definizione tout court di un oggetto d’arte che lo spettatore deve percorrere fisicamente nonostante i riferimenti scientifici. Nell’eventuale capacità di incontrare quei nessi che l’opera svela e stipulare così connessioni imprevedibili. Un’esperienza percettiva che chiama in causa l’elaborazione, la memoria pregressa con la quale l’azione creativa, cosciente o incosciente che sia, assume forme evidenti perfino durante l’attività onirica. Ma non è dunque vero, come mette in luce Maria Teresa Ortoleva in uno dei suoi lavori su carta, che «il sogno è una strana forma di memoria»? E che «la memoria si consolida attraverso uno strano racconto di sé»?

Scheda tecnica

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